Il trapianto di cornea è la prospettiva che più preoccupa chi riceve una diagnosi di cheratocono. Vale la pena partire da un dato che ridimensiona il timore: la maggior parte delle persone con cheratocono non arriverà mai al trapianto. Le casistiche storiche indicavano il 10-20% dei pazienti, ed è una percentuale in calo grazie alla diffusione del cross-linking.
La regola d'oro, oggi, è chiara: al trapianto si pensa solo quando il visus è compromesso al punto da non essere più correggibile con nessuna lente a contatto, e solo dopo che la persona ha davvero provato tutte le soluzioni contattologiche disponibili. Non è un'alternativa alle lenti, né una scorciatoia per liberarsene: anche dopo l'intervento è possibile — e anzi frequente — doverle portare ancora.
Un ultimo punto, che non va mai dato per scontato: ogni trapianto è reso possibile dal dono di un donatore. Le soluzioni alternative di cui si legge in rete, come le cornee artificiali, sono ancora in fase di sperimentazione.
Nelle schede che seguono le domande che ci vengono poste più spesso sull'intervento e sul percorso che lo segue.
Quando si arriva al trapianto: la regola d'oro
La regola d'oro è semplice da enunciare: si prende in considerazione il trapianto quando il visus è compromesso al punto che nessuna lente a contatto è più in grado di correggerlo, e solo dopo aver realmente provato tutte le soluzioni contattologiche disponibili.
"Tutte" significa tutte: lenti morbide dedicate, rigide gas permeabili corneali, corneo-sclerali, ibride, sistemi piggyback e soprattutto lenti sclerali. Accade con una certa frequenza che una persona già indirizzata al trapianto recuperi una buona visione con una lente sclerale applicata da un contattologo esperto.
Le altre condizioni che portano all'indicazione sono la presenza di cicatrici corneali irreversibili che compromettono la trasparenza e gli esiti cicatriziali di un idrope acuto.
Prima di procedere vale sempre la pena verificare due cose: che le opzioni contattologiche avanzate siano state effettivamente tentate, e che sia stata valutata l'eventuale indicazione agli anelli intrastromali. In questa fase, un secondo parere presso un centro di riferimento è del tutto appropriato.
Il trapianto non è un'alternativa alle lenti a contatto
È l'equivoco più diffuso, e va chiarito subito: il trapianto non serve a smettere di portare le lenti.
L'intervento restituisce una cornea trasparente e strutturalmente regolare, ma non azzera il difetto refrattivo. Dopo un trapianto resta quasi sempre un astigmatismo residuo, talvolta elevato, che va corretto: la maggior parte dei pazienti porta occhiali o lenti a contatto, e in molti casi la soluzione migliore è proprio una lente sclerale.
Se l'obiettivo è liberarsi delle lenti, il trapianto è la strada sbagliata. Se l'obiettivo è recuperare una funzione visiva che con le lenti non era più raggiungibile, allora ha senso.
C'è anche un aspetto pratico: l'applicazione di una lente su cornea trapiantata è una procedura specialistica, da affidare a un contattologo con esperienza specifica e da concordare con il chirurgo. Il percorso contattologico non finisce con l'intervento, cambia soltanto.
In sintesi: il trapianto non sostituisce le lenti, sostituisce la cornea che non permetteva più alle lenti di funzionare.
Il dono del donatore e la lista d'attesa
Ogni trapianto di cornea è possibile solo grazie al gesto di un donatore e della sua famiglia. È un punto che merita di essere detto con chiarezza: non esiste oggi alcuna alternativa a questo dono. Il tessuto viene prelevato, valutato e conservato dalle Banche degli Occhi, che ne verificano qualità e sicurezza prima di destinarlo a un paziente.
È anche la ragione per cui esiste una lista d'attesa. In assenza di condizioni cliniche urgenti l'attesa è nell'ordine di diversi mesi e può avvicinarsi all'anno: incidono il numero di pazienti in attesa, la priorità garantita alle urgenze come le perforazioni corneali e la disponibilità di tessuti donati.
I tempi variano da centro a centro e ci si può informare direttamente presso il centro trapianti. È utile restare reperibili e comunicare tempestivamente eventuali cambi di recapito. Nel frattempo si prosegue con i controlli, continuando a usare la migliore correzione tollerata.
Cornee artificiali e nuove tecniche: a che punto siamo davvero
In rete si leggono notizie su cornee artificiali, tessuti bioingegnerizzati, stampa 3D e terapie cellulari. Sono linee di ricerca reali e promettenti, ma è importante sapere a che punto sono.
Ad oggi si tratta di tecniche sperimentali o riservate a casi molto selezionati. Le cheratoprotesi, cioè le cornee artificiali propriamente dette, esistono da tempo ma vengono impiegate come ultima risorsa in occhi che hanno già fallito ripetuti trapianti: non sono un'alternativa di prima scelta nel cheratocono. Le altre soluzioni sono ancora in fase di studio clinico.
Potranno diventare opzioni concrete in futuro, e vale la pena seguirne gli sviluppi. Ma oggi il trattamento chirurgico del cheratocono avanzato passa dal trapianto di tessuto umano donato, con tutto il valore che questo gesto porta con sé.
Un consiglio: diffidare di chi presenta come già disponibili soluzioni definitive. Un centro serio spiega sempre a quale stadio di sperimentazione si trova una tecnica.
Quanti tipi di trapianto esistono: DALK e perforante
Nel cheratocono le tecniche rilevanti sono essenzialmente due.
La DALK (cheratoplastica lamellare anteriore profonda) sostituisce gli strati anteriori della cornea conservando l'endotelio del paziente. È la tecnica preferita nel cheratocono quando l'endotelio è sano, cioè nella grande maggioranza dei casi: mantenendo il tessuto del paziente azzera di fatto il rischio di rigetto endoteliale, il più temuto, e offre ottimi risultati a lungo termine.
La cheratoplastica perforante (PK) sostituisce invece la cornea a tutto spessore. Resta indicata quando l'endotelio è danneggiato — per esempio dopo un idrope con estese alterazioni — o quando la DALK non è tecnicamente realizzabile. Comporta un rischio di rigetto più elevato.
La DALK è tecnicamente più impegnativa: in una minoranza di casi il chirurgo può doverla convertire in perforante durante l'intervento. È un'eventualità prevista, di cui è normale essere informati nel consenso, e non rappresenta una complicanza.
Come si svolge l'intervento ed è doloroso?
L'intervento si esegue al microscopio operatorio, dura mediamente una o due ore e viene condotto in anestesia generale oppure locale, con un'iniezione peribulbare, cioè attorno all'occhio. La scelta viene fatta valutando condizioni e preferenze del paziente insieme all'anestesista e al chirurgo. Non è un intervento doloroso.
Segue un'osservazione di alcune ore: nella maggior parte dei casi la dimissione avviene in giornata o il giorno successivo, con un controllo il giorno dopo.
Nel post-operatorio sono possibili fastidio, sensazione di corpo estraneo — spesso descritta come "sabbia nell'occhio" — e fotofobia, destinati ad attenuarsi nell'arco di qualche settimana. Un dolore vero e proprio è raro e non va mai considerato normale: può segnalare un aumento della pressione endoculare o un'altra complicanza e richiede un contatto immediato con il centro.
La terapia domiciliare prevede colliri cortisonici e antibiotici per mesi, con riduzione graduale secondo lo schema indicato.
Quando si torna a vedere bene: i tempi del recupero
Il recupero è graduale e richiede tempo. È forse l'aspetto che genera più ansia, perché le aspettative vengono spesso tarate su altri interventi oculistici, come quello di cataratta, che hanno tempi completamente diversi.
Nelle prime settimane la vista è tipicamente annebbiata: la cornea trapiantata ha bisogno di mesi per raggiungere la piena trasparenza e distendere le pieghe stromali presenti nel primo periodo. Un livello discreto di funzione visiva si raggiunge in genere attorno ai sei mesi, con un miglioramento che prosegue progressivamente; la visione si stabilizza in dodici-ventiquattro mesi, in parallelo con la rimozione delle suture.
Sul risultato incidono anche l'astigmatismo post-operatorio e i tempi di riepitelizzazione della superficie oculare.
Il punto di partenza conta: chi arrivava all'intervento con una cornea molto opaca o cicatriziale può percepire un miglioramento marcato già nelle prime settimane; chi partiva da una situazione meno compromessa avverte un progresso più lento e sfumato.
Quando si torna alla vita normale: lavoro, sport, attività
La convalescenza è in genere di circa un mese; la ripresa dell'attività lavorativa è soggettiva e dipende dal tipo di occupazione. Tornato a casa il paziente può leggere, guardare la televisione, uscire.
Le raccomandazioni principali sono evitare qualsiasi pressione sul bulbo oculare — compreso lo strofinamento — e lavarsi accuratamente le mani prima di instillare i colliri. Nelle prime settimane vanno evitati il sollevamento di pesi e gli sforzi intensi, che aumentano la pressione endoculare. La protezione dell'occhio durante la notte viene di solito prescritta per il primo periodo.
Gli sport da contatto e quelli ad alto rischio di trauma oculare sono sconsigliati finché il lembo non è completamente cicatrizzato, indicativamente 18-24 mesi, e vanno poi praticati con protezione. Il nuoto in piscina è sconsigliato nei primi mesi.
La cornea trapiantata resta un punto di minore resistenza meccanica: la protezione oculare nelle attività a rischio è una raccomandazione permanente.
Il rigetto: probabilità, segnali d'allarme, cosa fare
Il rischio di rigetto dipende in modo determinante dalla tecnica utilizzata. Con la DALK, che conserva l'endotelio del paziente, il rigetto endoteliale è praticamente azzerato; resta possibile un rigetto stromale, in genere di gestione più semplice. Con la cheratoplastica perforante il rischio è più alto — indicativamente nell'ordine del 10-20% nel lungo periodo — e viene gestito con la terapia cortisonica.
Il dato che conta davvero, però, è un altro: un rigetto riconosciuto e trattato tempestivamente è quasi sempre reversibile.
Segnali di allarme, per cui contattare urgentemente il centro trapianti: arrossamento improvviso, dolore, calo della vista, fotofobia, lacrimazione o secrezione insolite.
Il rischio non si esaurisce nel primo anno: un rigetto può manifestarsi anche a distanza di molti anni dall'intervento. Conviene conservare i recapiti del centro e usarli senza esitazione — nel dubbio, meglio un controllo in più.
Suture, astigmatismo residuo e durata del trapianto
Le suture restano in sede a lungo e vengono rimosse progressivamente, in genere nell'arco di dodici-diciotto mesi, con tempi che dipendono dalla tecnica e dall'andamento della cicatrizzazione. La rimozione si effettua in ambulatorio ed è rapida.
Il rimodellamento della sutura è la regolazione selettiva della tensione dei punti, eseguita per ridurre l'astigmatismo prima della rimozione definitiva: si esegue in anestesia con colliri o con iniezione ed è generalmente indolore.
Dopo la rimozione dei punti la refrazione cambia, spesso in modo significativo: è opportuno non prescrivere occhiali definitivi prima che il quadro si sia stabilizzato. Va segnalato subito al centro qualsiasi punto che si allenti o si rompa.
Quanto dura un trapianto. La durata attesa è buona, in particolare con la DALK. Nel tempo le cellule endoteliali si riducono fisiologicamente e, a distanza di molti anni, una quota di pazienti può necessitare di un secondo intervento: è tecnicamente possibile e viene eseguito regolarmente.
Un trapianto è possibile solo grazie a un dono
Dietro ogni cornea trapiantata c'è una persona che ha scelto di donare e una famiglia che ha rispettato quella scelta. Le Banche degli Occhi raccolgono, valutano e distribuiscono i tessuti, ma senza donatori nessun intervento sarebbe possibile.
Esprimere la propria volontà alla donazione è semplice e si può fare in Comune al momento del rinnovo della carta d'identità. È il gesto che rende possibile tutto quello che avete letto in questa pagina.
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